Una laurea magistrale a indirizzo clinico non può restare un semplice titolo accademico
- aies23servizio
- 13 lug
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Tra pochi mesi molti Atenei italiani accoglieranno i primi studenti che accederanno alla Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche con indirizzo Cure Intensive ed Emergenza, così come agli altri indirizzi previsti. È un momento certamente epocale per l'infermieristica italiana, atteso da molti anni e destinato, almeno nelle intenzioni, a segnare una svolta nella formazione e nello sviluppo della professione.
Una svolta che, è bene ricordarlo, arriva però in un momento estremamente complesso. Una complessità che si traduce in una disaffezione, verso quella che qualcuno ha definito "la più bella delle Arti belle", difficile da ricordare nella storia dell'ultimo trentennio. Una disaffezione che ha un forte retrogusto di disillusione collettiva.
Troppe sono state le promesse non mantenute da una politica, sia nazionale che professionale, che è sempre stata pronta ad elevare gli infermieri al ruolo di eroi, promettendo valorizzazione delle competenze, sviluppo professionale e migliori condizioni economiche, salvo poi imboccare, sul piano legislativo e contrattuale, strade spesso diametralmente opposte.
Gli infermieri mancano? Sì, lo sappiamo. I dati, attuali e prospettici, sono impietosi e preoccupanti.
È giusto, allora, provare ad incentivare e valorizzare la professione in tutte le maniere possibili? Sulla carta la risposta appare ovvia.
Nel frattempo, però, si cerca di colmare la carenza ricorrendo, sempre più frequentemente, a professionisti provenienti da altri Paesi. Una scelta che può rappresentare una risposta nell'immediato ma che, da sola, non affronta le cause strutturali della crisi e pone anche il tema della reale omogeneità ed efficacia dei percorsi di verifica delle competenze professionali e linguistiche.
Anche nell'emergenza-urgenza si osserva un cambiamento significativo. Ambiti che tradizionalmente richiedevano professionisti con un solido background clinico vedono oggi l'ingresso sempre più frequente di infermieri neoabilitati o con esperienza molto limitata. È una scelta che impone una riflessione sulla sicurezza dei pazienti e sulla tenuta del sistema, soprattutto nell'emergenza territoriale, dove spesso l'infermiere opera senza il supporto diretto di altro personale sanitario.
Nel contempo, se è necessario, come lo è, elevare le competenze spendibili dai professionisti infermieri, è sufficiente implementare dei corsi di laurea specifici? Lo sarebbe, probabilmente, se la contrattazione di comparto prevedesse realmente l'inserimento e l’impiego di queste figure e, soprattutto, se le nostre organizzazioni, pubbliche e private, fossero realmente pronte a recepirle.
Purtroppo né l'una né l'altra condizione sembrano essere, almeno al momento, pronte per sostenere questa svolta epocale.
Una laurea magistrale a indirizzo clinico non può restare un semplice titolo accademico. Deve tradursi in funzioni riconosciute, percorsi di carriera, responsabilità professionali coerenti e una seria valorizzazione economica. Diversamente rischia di alimentare aspettative che, ancora una volta, potrebbero trasformarsi in frustrazione.
Il rischio, concreto, è quello di assistere ad una nuova stagione simile a quella dei master. Quelli che dovevano definire lo specialista e che invece, nella realtà, con il loro mancato riconoscimento, hanno solamente contribuito ad aumentare il livello di frustrazione di una categoria che era, ed è, pronta a scommettere su se stessa.
Stiamo per partire. Va riconosciuto l'impegno della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, che ha provato a disegnare un percorso formativo finalmente allineato a quello di molti altri Paesi europei. Adesso, però, gli attori chiamati ad entrare in gioco sono molti altri: sindacati, dirigenze, università, politica, organizzazioni sanitarie pubbliche e private, professioni. Tutti sono chiamati a restituire fiducia ad una categoria che sta rapidamente piegandosi sotto il peso della disillusione.
Dietro ai numeri degli infermieri che mancano, perché non scelgono di studiare infermieristica, o a quelli di coloro che lasciano gli ospedali per trovare luoghi, quando non nuove professioni, che li riconoscano maggiormente, ci sono persone. Persone con le loro legittime aspirazioni, i loro sogni e le loro necessità di vita, che meritano rispetto e risposte concrete. In ultimo, non per importanza, ci sono i pazienti, legittimi portatori di interesse nell’intero processo, che hanno diritto ad essere assistiti da infermieri che possano esprimere al massimo le loro competenze.
Le società scientifiche, tra loro certamente quella che mi onoro di presiedere, daranno il loro contributo per disegnare percorsi il più possibile virtuosi. Ma questo, da solo, non sarà sufficiente. Servirà una sinergia, forse, inedita. Servirà il superamento delle logiche di lobby che si sono viste in passato. Servirà utilizzare un punto di vista meno compartimentato rispetto al passato, dove ogni attore si metta davvero in gioco per vincere la partita insieme agli altri, non limitandosi a dire che l’ha giocata.
Chi non saprà cogliere e supportare questa occasione, guardando avanti con visione,questa volta più di altre, si assumerà la responsabilità di aver compromesso il futuro di una delle professioni portanti del Servizio Sanitario Nazionale e, con essa, quello dell'intero sistema sanitario.
Dr. Roberto Romano
Presidente Accademia Italiana Emergenza Sanitaria (AIES)




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