Aggressioni al personale sanitario: stiamo normalizzando l’inaccettabile?
- aies23servizio
- 6 giorni fa
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Ogni aggressione a un operatore sanitario non colpisce solo una persona. Colpisce un sistema. Colpisce la fiducia. Colpisce il diritto stesso alla cura.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita impressionante degli episodi di violenza nei confronti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari, autisti soccorritori, personale delle Centrali Operative e professionisti dell’emergenza territoriale.
Aggressioni verbali, minacce, spintoni, sputi, pugni e, in alcuni casi, veri e propri assalti.
E il punto forse più grave non è soltanto il numero degli episodi. È il fatto che stiamo iniziando a considerarli inevitabili, quasi fossero parte del lavoro. Come se chi opera nell’emergenza dovesse accettare, implicitamente, una quota fisiologica di violenza.
Ed è proprio qui che dobbiamo fermarci. Perché nulla di tutto questo è normale.
Chi lavora in emergenza-urgenza opera già in condizioni estremamente complesse. Lavora sotto pressione, gestendo dolore, paura, rabbia, frustrazione. Deve prendere decisioni rapide in contesti spesso caotici. Affronta carenze di personale, sovraffollamento, attese, limiti organizzativi. Eppure continua ogni giorno a garantire assistenza. Continua a esserci, nonostante tutto.
Il cittadino vede spesso il volto dell’operatore sanitario. Molto più raramente vede il sistema che c’è dietro. Quello è il momento in cui può accadere qualcosa di pericoloso.
La rabbia verso le difficoltà del sistema sanitario si scarica sulla persona fisicamente presente.Sul professionista che abbiamo davanti. Cieca e, a volte, incontrollabile.
Ma l’infermiere del triage non è il responsabile del sovraffollamento.Il medico del pronto soccorso non è il responsabile delle liste d’attesa territoriali. L’equipaggio del 118 non è responsabile della mancanza di posti letto.
Eppure diventano il bersaglio più vicino, più facile.
C’è poi un altro aspetto di cui si parla ancora troppo poco: L’impatto psicologico.
Molti operatori continuano a lavorare dopo un’aggressione senza alcun vero percorso strutturato di supporto. Si minimizza.
“Fa parte del lavoro.”
“Poteva andare peggio.”
“L’importante è che non ti abbia fatto male davvero.”
Ma non funziona così.
La violenza lascia conseguenze.
Aumenta l’ipervigilanza, peggiora il burnout, riduce la fiducia relazionale e nel sistema di cui si fa parte. Alimenta la medicina difensiva e consuma lentamente la motivazione professionale. Rischia, concretamente, di cambiare il modo in cui ci si relaziona alle persone.
Un operatore che si sente costantemente esposto è un operatore che inevitabilmente lavora peggio. E questo riguarda tutti.
Le aggressioni ai sanitari non sono solo un problema di ordine pubblico. Sono un indicatore di sofferenza del sistema. Per questo, affrontarle, significa lavorare contemporaneamente su più livelli:
· sicurezza
· organizzazione
· comunicazione
· supporto psicologico
· educazione sanitaria della popolazione
Servono procedure chiare, ambienti più sicuri, formazione specifica sulla gestione dell’escalation, tutela legale. Serve anche il coraggio di denunciare e una vera cultura della tolleranza zero.
Serve anche qualcosa di più profondo: Lavorare per ricostruire fiducia tra cittadini e sistema sanitario. Perché quando un professionista sanitario viene aggredito, non perde solo lui. Perdono, in un attimo di aggressività non controllata, il sistema, il cittadino e la qualità della cura.
Forse dovremmo iniziare a dirlo con più chiarezza: non può esistere una sanità sicura se chi cura non è messo nelle condizioni di essere al sicuro.
Roberto Romano
Presidente AIES




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